Volterra che racconta - Manifestazioni tematiche, spettacoli, concerti e feste popolari

FEDRA

di Seneca Teatro delle Città produzione  Maurizio Bettini traduzione  Manuel Giliberti regia  Antonio Di Pofi musiche con Viola Graziosi, Graziano Piazza, Alessandra Costanzo Riccardo Livermore, Liborio Natali   Quando Fedra osa finalmente dichiarare il suo amore per Ippolito, il figlio di suo marito Teseo, c’è sempre qualcuno che inorridisce. Ecco le parole della nutrice nell’Ippolito di Euripide: “Ohimè, che dici figlia! Tu mi uccidi. O donne, non vivrò per sopportare ciò che non è sopportabile. O giorno odioso, o luce odiosa che io vedo. Precipiterò, scaglierò giù il mio corpo, con la morte mi libererò della vita”. Ed ecco quelle di Oenone nella Phèdre di Racine: «Oh cielo, nelle vene il mio sangue si raggela! Disperazione! Infamia! Deplorevole razza!». L’amore di Fedra provoca orrore: l’orrore dell’incesto. Ma cosa sta facendo, Fedra, di così grave? La nutrice poi apre davanti a noi uno spiraglio inatteso su un antico sistema di credenze ‘biologiche’ secondo il quale una donna può concepire non da un solo uomo, ma, contemporaneamente, anche da due: e in questo modo ci svela finalmente il mistero della colpa di Fedra. La «confusione» che, secondo la vecchia, si verrebbe a creare nel grembo di Fedra sarebbe ovviamente quella fra il seme del padre e quello del figlio, Teseo e Ippolito, di cui Fedra si appresta a «mescolare» i letti. Che prole potrebbe mai sorgere, se non mostruosa, da una mescolanza fra il seme di un padre e quello di un figlio? Quasi che non una matrigna e un figliastro, ma direttamente un padre e un figlio – complice un «grembo» femminile - si fossero uniti in un incesto inaudito. Con queste poche parole della nutrice, il testo della Fedra raggiunge dunque il massimo della tensione drammatica e, insieme, quello della mostruosità biologica, se così possiamo chiamarla. E’ come se dall’interno del «grembo» di Fedra, osservato con tanta spietatezza, si sviluppasse una spaventosa forza di orrore, una tenebra ancor più fosca e maligna di quella che ha accecato Teseo durante il suo lungo esilio nei regni dell’Ade. Del resto questo è il teatro di Seneca: empietà, orrore, nefas, per lui la natura e l’umana società esistono solo quando sono sconvolte. Per nostra fortuna, all’altro polo di questa torbida vicenda stanno i regni di Artemide, la dea delle solitudini, quella natura pura e selvaggia in cui Ippolito, il cacciatore casto, esercita l’arte di cui è maestro. E sono visioni di acqua cristallina, di prati verdeggianti, di boschi incontaminati, di uccelli canori. Ma nelle tragedie senecane la purezza, quando c’è, è lì solo per essere insozzata. E con altro orrore, e soprattutto emozione grandissima, alla fine della tragedia lo spettatore vivrà la scena del mostro – stavolta una ‘vera’ creatura mostruosa - che sparge di viscere e sangue umano anche la più deserta delle solitudini.

Organizzato da: PROGETTO CITTÀ

Teatro Romano - Volterra

  15 Luglio

  DALLE 21:30 ALLE 22:30

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